Mentalità d’archivio

A cura di Marco Rizzi

Mancano ormai poche settimane alla prossima edizione di Ginnika e, tra i diversi ospiti dell’evento, al Ragusa Off ci saranno anche i ragazzi di Stone Island Archiv-Ism con un’esposizione unica di alcuni dei loro pezzi più ricercati.

Stone Island Archiv-Ism è a oggi la principale community online dedicata al marchio di Massimo Osti. Alle spalle di questo progetto ci sono Pierpaolo Massafra, Jacopo Teppa, Cristiano Maretti e Marco Neroni, un gruppo di veri appassionati che hanno voluto investire il loro tempo per creare un posto, seppur virtuale, dove gli amanti di Stone Island potessero condividere la loro passione.

Ho conosciuto Marco diversi anni fa e, come capitato con molte altre persone, il motivo principale sono state le sneakers. Da subito, però, mi sono reso conto che ad accomunarci fosse la maniera viscerale, a tratti ossessiva, con cui vivevamo il nostro interesse per le sneakers, per lo sportswear e per lo streetwear. Per questo motivo quando i ragazzi di Ginnika mi hanno chiesto di scrivere qualche parola riguardo Stone Island Archiv-Ism e la mostra in programma ho pensato che la cosa migliore da fare fosse preparare qualche domanda per Marco, lasciando che fosse lui a parlarci dell’ Isola di Pietra, del team Archiv-Ism di cui fa parte e del culto che circonda questo brand. Buona lettura.

Ciao Marco, grazie mille per la tua disponibilità. Partiamo con le classiche presentazioni. Raccontaci qualcosa di Stone Island Archiv-Ism e come ti sei avvicinato al brand.

 Archivism per noi che la viviamo ogni giorno è una community molto particolare. Fin da subito ci siamo voluti spogliare dei termini come Talk o Marketplace perchè la ragione principale dietro la nostra voglia di creare aggregazione era voler diffondere culto e cultura riguardante il Brand del quale siamo inguaribili fanatici. Abbiamo firmato diverse iniziative di “formazione virtuale” parlando della storia del marchio, approfondendo le innovazioni ed i capi icona e cercando sempre di mantenerci saldi alle radici di Stone, anche quando la contemporaneità ha cercato di gettare il fumo dell’hype su di esso.

Se volessi sublimare ciò che siamo, siamo un culto ortodosso, siamo l’esercito di archivisti che tiene viva la cultura dell’Isola di Pietra.

Roma è la città che ci ha unito in questo progetto, alla fonte del quale c’è da sempre Pierpaolo Massafra, fondatore di Archivism ed uno dei più grandi collezionisti italiani del Brand, Archivista puro, penso sia l’unico che nell’armadio ha più capi etichettati Isola di Pietra che Stone Island. Poi passiamo a Jacopo Teppa, anche lui a bordo del progetto da tempo, grande ricercatore di Grail in giro per tutta Italia e detentore di alcuni dei pezzi più storici dell’Isola che verranno esposti nella nostra prima Expo a Ginnika. C’è Cristiano Maretti, che si è adoperato come copyrighter del gruppo a lungo e che ha scritto tutti i testi di approfondimento fatti negli anni. Poi ci sono io che ho saldamente instaurato un legame col brand circa 10 anni fa, fu Shadow Project ad iniziarmi al brand, chiaramente prima non mi era sconosciuto, anzi, però si parla di culto ed il mio battesimo devo dire che fu proprio quello. Da li in avanti documentandomi, entrando in contatto con diverse realtà e conoscendo Pierpaolo e Jacopo oltre agli innumerevoli membri che sono passati e continuano a passare all’interno della community è iniziato per me e per tutti un processo di condivisione che oggi, in un panorama di accessibilità virtuale totale, ci da modo di essere una fonte di informazione ed una Agorà aperta a tutti, neofiti e paninari nostalgici, un luogo di confronto e formazione in primis.

Ci siamo conosciuti anni fa per “colpa” delle sneakers, quindi mi permetto di azzardare un parallelo. Proprio come molte le scarpe sportive che oggi vengono adorate, Stone Island ha costruito la sua celebrità negli Anni ’80 e ’90 come prodotto tecnico sviluppato per un motivo preciso, acquistato perché garanzia di alta qualità. Negli anni successivi il marchio è diventato culto per collezionisti, completamente ossessionati e innamorati del brand per poi, negli ultimi anni, diventare uno status symbol anche in ambito streetwear venendo apprezzato anche da un pubblico che ha ben poco legame con l’Isola di Pietra. Nel mondo delle sneakers molti appartenenti alla vecchia guardia non vedono di buon occhio questa esplosione di celebrità e si abbandonano spesso alla nostalgia. I collezionisti Stone Island come vivono, invece, lo stato attuale del marchio?

Diciamo che la risposta sta proprio nella nostra visione però c’è da dire che non siamo contro la contemporaneità e lo sviluppo, senza di essa probabilmente saremo qui a sperare nella morte lenta del Brand che amiamo. Senza poi considerare che comunque molti di noi (io in prima persona) oggi sono ancora e più che mai accaniti clienti di Stone. Ci piace però porre al centro del nostro legame questo ricordo romantico del tempo che fù. C’è da dire che seppure il parallelismo con le snaekers sia calzante e che molte volte le collezioni Stone abbiano chiari riferimenti d’archivio, difficilmente possiamo considerare dei capi d’oggi edizioni Retro, forse è successo solo per il trentennale, dove però l’iniziativa è stata vista di buonissimo occhio perchè consistente e dovuta. Quindi è il Brand stesso che ci permette ancora oggi di essere nostalgici, di essere Archivisti veri perchè non ha tolto sapore alla ricerca nè verso il passato nè verso il futuro. E’ Stone stessa che fa dell’archivio un luogo di culto. Per chi ha avuto il privilegio di andare a Ravarino sa di cosa sto parlando.

Una delle cose che mi ha sempre affascinato di Stone Island è che si tratta di un marchio estremamente complesso, che ha fatto dell’approccio “no nonsense” un’arte. Per questo motivo ho sempre trovato stupendo che fosse il marchio stesso a esercitare una sorta di selezione nei confronti dei suoi fan a cui era richiesta, oltre alla solita grande dose di passione, anche un’elevata conoscenza tecnica per poter apprezzare a pieno ogni capo. Questo è ancora un elemento importante, secondo te, per Stone Island? C’è ancora chi continua a seguire il brand per le sue incredibili caratteristiche tecniche?

Sicurmanete si, c’è ancora una fetta di mercato, che in proiezione sarà sempre più esigua, che compra per una ragione tangibile. Devo dire che Stone, che ormai va considerato come brand moda e sempre meno sportswear, è forse l’unico marchio nel suo contesto commerciale di riferimento che fornisce così tanti strumenti all’utente da non lasciare nulla al caso. Di ogni capo che possiedo ho conservato tutto il labeling dove in maniera estesa sono sempre indicate le caratteristiche del capo, in moltissimi nella comunity collezioniamo i lookbook gratuiti che si trovano in Store sui quali anche c’è scritto in maniera esauriente tutto quello che c’è da sapere dietro al singolo item, all’interno dei capispalla c’è letichetta jacquard con tutte le specifiche; insomma io penso che volenti o no, le persone che approcciano questo Brand siano guidate in un processo di formazione prima durante e dopo l’acquisto. Noi di Archivism siamo conseguenza di tutto questo.

Anni fa, anticipando decisamente i tempi, ricordo che mi hai fatto notare come l’aumento esponenziale della proposta “Rétro” nel mondo delle sneakers avrebbe portato a un drastico calo della spinta innovativa esercitata dai brand, che non avrebbero più giustificato investimenti per lo sviluppo di nuove tecnologie. Parlando di Stone Island, ma anche di altri brand di tradizione tecnica e outdoor, pensi che questo stia succedendo anche con l’abbigliamento? La nostalgia rischia di diventare un aspetto negativo in quest’ambito?

Sono abbastanza fiducioso che nell’apparel questa regola non valga come sulle sneakers. Ancora oggi di innovazioni se ne vedono molte, già basta considerare tutto il concetto Prototype, e le innumerevoli white badge che si vedono in ogni stagione. Credo che questa tipo di necrosi sia molto lontana nell’abbigliamento c’è ancora moltissimo spazio. Per le sneakers (ahinoi!) temo che invece siamo arrivati ad un punto dove conta veramente poco il prodotto rispetto all’environment che lo contiene.

Prima di arrivare al tangibile c’è una serie di keypoints che interessano il consumatore medio in misura estremamente superiore ed è anche per questo che le tendenze come l’hiking o il trail (tra le ultime che mi vengono in mente) diventino dei volumi da copiare e non delle performance da ricercare. 

Per concludere, visto che qui parliamo di collezionismo, fanatismo e ossessione, hai qualche storia da raccontarci riguardo qualche tuo acquisto o ritrovamento marchiato SI? Al contrario, di quale pezzo sei ancora alla ricerca?

Posso parlarti della mia ossessione, che si chiama Hidden Reflective ed è il materiale che più ha colpito le mie coronarie nella storia di Stone. Seppur sia abbastanza recente come release le quantità furono molto limitate, a maggior ragione nella mia TriplaXL. Comprai il Vest subito, poi sperando nei saldi dovetti lasciare il resto. Con tanta ricerca e tanta pazienza in 3 anni sono riuscito a ricostruire tutta la line composta dal bomber e da 3 pezzi della collab con Porter (Backpack, Helmet Pack e Document Bag). L’ossessione sta nel fatto che ormai da anni documento con foto l’evoluzione del coating che rende hidden il reflective e mi compiaccio molto nel vedere giorno dopo giorno l’aging dei miei grail. E’ forse l’unico grail che più viene indossato e più acquista fascino ed elimina così tutti i timori istintivi del collezionista ossessionato per il mantenimento e l’archiviazione. LoL. 

Nel mio radar resta sempre la Giacca Luce, che ancora non ho trovato nella mia taglia; è la giacca rilasciata per il Ventennale nel 2003 con una nastro di fibre ottiche che corre lungo la parte frontale della giacca ed il cappuccio. Rimane il mio grail più ambito.