La forma dell’Aria

“Breve” storia di come, in quarant’anni, siamo finiti a camminare sull’Aria. – Testo di Marco Rizzi

Come ben saprete, da qualche anno ormai marzo non è più soltanto il mese in cui arriva la primavera e poveri fan del college basket bruciano i loro Bracket NCAA, è anche il mese scelto da Nike per celebrare la legacy del suo brevetto più importante: Air Max.
Per questo motivo marzo è ormai uno dei mesi più importanti dell’anno per gli appassionati di sneakers ed il 26 marzo, data in cui ogni anno cade l’ “Air Max Day”, è il fulcro di settimane ricche di eventi e release particolari a metà tra nostalgia ed innovazione, il tutto dedicato all’ aria visibile ed ai suoi fans.

Per quanto l’ “Air Max Day” possa sembrare una banale mossa di marketing, c’è in realtà davvero molto da celebrare. Oggi siamo abituati a percepire Nike come un colosso che controlla il mercato delle calzature sportive, per questo motivo passa spesso inosservato quanto il brand di Beaverton sia in realtà “giovanissimo” avendo meno di cinquant’anni.
Questo significa che la maggior parte della storia di Nike è legata a doppio filo allo sviluppo delle tecnologie di cushioning ad aria. L’evoluzione di Air Max nel corso degli anni è stata il miglior modo per Nike per mostrare al mondo il suo approccio “no nonsense” nell’evoluzione tecnologica delle calzature sportive, in cui l’atleta è al centro e l’innovazione è al suo servizio.
Ormai Air Max non è più soltanto la tecnologia più celebre e riconosciuta di Nike, ma è diventata un sinonimo del brand stesso. Chiunque nel mondo, sportivo o meno, avido collezionista o completamente esterno al mondo delle sneakers, vedendo una scarpa con una bolla trasparente saprà di cosa si tratta e soprattutto, saprà che è Nike.

Proprio per questo ho pensato che il miglior modo per celebrare Air Max fosse raccontare l’incredibile percorso intrapreso da Nike nel corso degli anni per darci la possibilità, in un certo modo, di camminare sull’aria. Ci sono un sacco di cose da dire, quindi meglio partire subito.

DISCLAIMER

Prima di cominciare vorrei però fare qualche premessa, in modo che io possa scaricare ogni responsabilità e voi non possiate rimanere delusi: [1] La Air Max Zero non esiste e non parlerò di altre scarpe che non esistono. Questa regola non si applica alle “Mariah Vapormax” e alla Air Max 1 1986 che, al contrario, esistono e turbano i mei sogni. [2] Il mondo delle sneakers è simile ad una società segreta: chi sa non parla e chi parla spesso non sa, è molto difficile avere notizie di prima mano su certi argomenti e spesso il confine tra realtà e leggenda non è ben definito. [3] Il running è l’ambito in cui l’evoluzione di Air Max è stata più importante, per questo tutti i modelli citati sono running o derivati. Questo non significa che gli altri sport siano meno belli o importanti. [4] La Air 180 fa parte della linea Air Max ma non si chiama Air Max 180. Esistono la Air 180 e la Air Force 180. Non ammetterò mai l’esistenza della Air Max 180 nemmeno sotto tortura. [5] Ogni riferimento ai modelli citati è da considerarsi nella loro versione originale, niente Retro, niente ibridi, niente rivisitazioni strane. [6] Se il vostro modello preferito non viene citato non è perché sia meno importante o bello, semplicemente è meno rilevante ai fini della nostra stupenda ricerca. Tutte le Air Max hanno dato il loro contributo, pure gli errori brutti tipo Air Max LTD. [7] Se doveste notare eccessi di foga o entusiasmo nel mio racconto non preoccupatevi: sono un fan di Air Max e sono assolutamente di parte. [8] D’ora in poi darò per scontato che, essendo arrivati fin qui, siate appassionati di sneakers quindi tralascerò le storie note per lasciare spazio a qualche retroscena che magari è più raro leggere. Meno Centre Pompidou e più ingegneri aerospaziali (adesso ci arriviamo, un attimo di pazienza).

Come saprete, la prima Air Max arriva sugli scaffali dei negozi ed ai piedi dei runner nel 1987, ma vorrei fare un passo indietro per capire meglio da dove inizia il legame tra Nike e le Bolle d’Aria, una sorta di “capitolo zero”.

Siamo nel 1977. Nike è una giovane azienda guidata da Phil Knight, reduce da un’estenuante battaglia legale con Onitsuka Tiger e ben poco spazio per investimenti azzardati.
Con questi presupposti, a Knight e soci dev’essere suonata molto rischiosa e con scarso futuro, oltre che fantascientifica, l’idea di poter utilizzare delle bolle d’aria nella costruzione delle scarpe da corsa.
Questo progetto fu presentato all’azienda di Beaverton da Marion Frank Rudy, un eccentrico ex ingegnere aerospaziale che aveva appunto brevettato una tecnica per inserire del gas inerte pressurizzato in alcune sacche di poliuretano e pensava che questa tecnologia fosse il futuro dei sistemi di ammortizzazione per le scarpe da corsa.
In questa storia fatta di personaggi incredibili Rudy è il primo. Durante la sua collaborazione con la NASA sviluppò un sistema di produzione chimato “Blow Rubber Molding” per la fabbricazione degli elmetti degli astronauti e, strano ma vero, sarà proprio questo sistema di produzione ad aiutarlo nella creazione delle bolle proposte a Knight.
Nella sua autobiografia (L’arte della vittoria, ndr) Knight racconta di come, scettico, decise di provare in prima persona la tecnologia proposta inserendo semplicemente le sacche d’aria portate da Rudy come campione nelle sue scarpe per poi andare a correre. Di certo non il massimo della comodità, ma questo gli bastò per capire le immense potenzialità di una simile innovazione.

Il primo modello ad utilizzare ufficialmente la tecnologia di cushioning ad aria Nike Air è la Air Tailwind, prodotta in pochissimi pezzi (230) e presentata alla maratona di Honolulu del 1978 (questo significa che siamo a quarant’anni dalla prima Tailwind. Nike dacci una Retro degna. Ora.) ed è successivamente rilasciata tra la fine dello stesso anno ed il 1979. La costruzione della scarpa è molto simile a quella dei modelli contemporanei: tomaia traspirante e leggera in nylon, la “bolla” nascosta nella midsole e la classica Waffle Sole.

Non è tutto così semplice come può sembrare. Fino a quel momento la maggior parte delle scarpe da corsa aveva midsoles con inserti a diversa densità per controllare reattività e ammortizzazione. La Bolla d’Aria faceva in modo che la Tailwind restituisse energia al runner ad ogni falcata, ma le dimensioni della bolla e la pressione uniforme rendevano la scarpa instabile. Alcuni dei primi samples avevano un altro enorme difetto: la vernice utlizzata per il mesh tendeva a seccarsi rendendo le estremità della tomaia abbastanza affilate da forare e sgonfiare l’unità Air. Considerando lo sforzo economico di Nike e le difficoltà incontrate c’è stato il serio rischio che la tecnologia Nike Air avesse vita brevissima. Per fortuna la risposta degli atleti che poterono testare i primi samples fu comunque ottima, spingendo Nike ad investire ulteriormente nel progetto e rendendo la Tailwind un modello estremamente celebre tra i podisti, tanto che i primi tester della tecnologia non vollero restituire i campioni utilizzati.

La prima (vera) difficoltà incontrata da Nike però fu a livello di marketing. Gli enormi costi di produzione obbligavano il brand a vendere la Tailwind ad un prezzo più alto rispetto a quello dei modelli proposti dai competitor ed il fatto che la bolla d’aria non fosse visibile metteva i clienti nelle condizioni di doversi fidare dello “Swoosh”. La missione di Nike diventò immediatamente quella di proporre un modello Nike Air in cui la tecnologia fosse visibile, in modo da togliere tutti i dubbi e sbaragliare la concorrenza.

A dimostrazione di questo intento, a cavallo tra il 1980 ed il 1981 il team di designer Nike produsse un prototipo di una scarpa “con suola ad aria visibile” utilizzando la tomaia di una Mariah ed un cuscino in poliuretano con dei pad esagonali gonfiati e direttamente incollati alla tomaia. Ovviamente questo sample era inutilizzabile, ma mi piace immaginare la faccia fatta da Alberto Salazar qualora Nike dovesse avergli mai proposto di provare a correrci.

La dicitura “Air Max” identifica l’utilizzo di una bolla Nike Air visibile attraverso la midsole della scarpa. Oggi è un concetto abbastanza semplice ma lo studio e gli investimenti dietro ad un dettaglio così piccolo sono in realtà enormi.
È a questo punto della storia che incontriamo il secondo personaggio fondamentale dopo Rudy, ovvero Tinker Hatfield. Per quanto sia una storia celeberrima e raccontata numerose volte, il fatto che un ex podista divenuto architetto, assunto da Nike per disegnare degli uffici possa diventare uno dei più importanti sneakers designers di sempre continua a sembrarmi incredibile. Se esiste il destino anche nel mondo delle scarpe da corsa, qui ha sicuramente giocato un ruolo da protagonista. Hatfield entra a far parte del team di sviluppo del progetto Air Max nel 1985 e sono a lui attribuiti i primi disegni di scarpe in cui la tecnologia Nike Air fosse visibile (no, non la chiamerò Air Max Zero perché la AM0 non esiste), uno molto simile a ciò che diventerà la Air Walker Max (uno dei modelli più ingiustamente dimenticati nella storia delle sneakers) ed uno che può essere considerato un prototipo della Air Max 1. Nel 1986 vengono prodotti alcuni samples della Air Max 1 con una bolla enorme che occupa quasi un terzo della midsole. Diciamo che il team di design si è un po’ fatto prendere la mano. Nike non dispone di un sistema per produrre delle midsoles in eva in cui possa essere insierita una bolla di quelle dimensioni quindi, inizialmente, comincia a costruire le suole in più pezzi per assemblarle successivamente. Questi samples sono diventati leggendari e sono quelli utilizzati per quasi tutte le foto ed i video destinati al materiale promozionale.
Come racconta David Forland in un’intervista a Sneakerfreaker di qualche anno fa, i samples con la bolla gigante si rivelarono estremamente fragili subendo molto gli sbalzi di umidità e temperatura, tanto che alcune bolle finirono per creparsi facendo collassare le suole. Per questo motivo alcuni mesi prima della release fissata per marzo 1987 i designer di Nike dovettero ri-studiare completamente la midsole della Air Max 1 perché avesse una bolla più piccola e fosse prodotta in un pezzo unico, privando noi poveri mortali appassionati di scarpe sportive di una delle meraviglie assolute della storia delle sneakers.

Due esempi di Air Tailwind del 1978. Da notare la dimensione della bolla utilizzata ed il rinforzo presente sotto allo Swoosh della versione blu.
Copia del brevetto originale della bolla utilizzata per la Air Tailwind, datato 1980.
Marion Frank Rudy insieme alla sua creazione, l' "Aria Incapsulata".
L'ibrido a base Air Mariah 1980 con cui Nike sperimentò per la prima volta unità esterne di "Incapsulated Air". Via @gwarizm
Sopra: Uno delle "Air Max 1986" utilizzate per gli scatti promozionali. Guardate la dimensione di quella bolla, se osservata troppo intensamente può rubare l'anima. A destra: Uno degli sketch di Tinker Hatfield disegnati durante la progettazione della prima Air Max, datato 1986. Le note sono qualcosa di incredibile. Sotto: Alcuni degli sketch, sempre di Tinker Hatfield, della Air Max "Big Window" del 1991.
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Il passo successivo è stato la Air Max Light, nel 1989. Costruzione simile ma una differenza sostanziale: per la prima volta vengono combinate suola a doppia densità e tecnologia Air Max. La Air Max ’90 è un altro capolavoro, ma anche qui la strada verso la “corsa sull’aria” si arresta per la mancanza tecnologie utili alla produzione di bolle più grandi ma comunque solide.
Nel 1991 arriva la Air Max BW che già dal nome, Big Window, promette di portare l’utilizzo dell’ “aria incapsulata” di Frank Rudy ad un nuovo livello. Effettivamente la bolla è più grande rispetto a quella dei modelli precedenti ma comunque stabile grazie ad alcune soluzioni adottate in fase di design.

Lo step fondamentale nel nostro percorso ad avvenire nel 1991 è però la release della Air 180.
Ok, formalmente l’Air Max per il 1991 è la BW e la Air 180 non fa parte della “genealogia ufficiale”, ma il ruolo della 180 nell’evoluzione dell’aria visibile è fondamentale e anche Nike lo ha ammesso inserendo proprio la 180 nella collezione “History of Air” del 2005 proprio a discapito della BW. Non per questo comincerò a chiamarla Air Max 180. Come intuibile dal nome, questo modello introduce una bolla visibile per 180° grazie all’utilizzo di una porzione di battistrada trasparente ed un posizionamento della bolla più in basso rispetto al solito. Hatfield, a capo del team di design per questo modello, volle mantenere la colorway per lo più bianca, con l’unica nota di colore ad incorniciare la bolla che essendo la protagonista del modello, avrebbe da sola reso la scarpa iconica.
Per quanto mi riguarda la 180 è uno dei grandi capolavori della linea Air Max e, se dovessero mai venirvi dei dubbi a riguardo, recuperate le vecchie pubblicità prodotte da Nike insieme a David Cronenberg, Ralph Steadman e compagnia. Se poi dovessero ancora non piacervi significa che voi non piacete a loro e non ve le meritate.

Prossimo passo, 1993. A quanto pare Nike trova il modo per costruire scarpe che solo un patto con il Demonio può fare in modo non si rompano. La bolla della Air Max ’93 è un’opera d’arte a metà tra estasi e delirio, credo ci siano leggi della fisica che dicono che quella bolla enorme non dovrebbe poter sostenere il peso di un essere umano o le sollecitazioni della corsa, ma lei non lo sa e quindi rimane intera. Il nome alternativo della AM93 è Air Max 270 perché, come in precedenza, la bolla correndo lungo il tallone è visibile con un angolo di 270°. La suola della Air Max ’93 è disegnata così bene che rimane il meglio che Nike possa proporre per oltre due anni, venendo usata anche per la Air Max Burst e la Air Max ’94.

La scarpa protagonista del 1994 non è la Air Max ’94 (che, come detto, eredita la suola dal modello precedente e ne “aggiorna” la tomaia), bensì la Air Max2 ’94. Ora, io sono perdutamente innamorato di questo modello e non capisco come Nike possa non averlo ancora riproposto, ma questa è una mia battaglia personale. Il motivo per cui la AM2 ’94 ha un ruolo così importante nella nostra storia è che questo è stato il primo modello in cui Nike ha utilizzato, nella stessa scarpa, due bolle di diversa pressione, rispettivamente 5 e 25psi. In questo modo Nike trovò una soluzione al problema delle diverse densità e della distribuzione del peso, utilizzando bolle più “dure” per assorbire gli urti e più “morbide” per rendere la scarpa reattiva. In tutto questo bisogna valutare anche come il poliuretano possa reagire alle differenti pressioni e soprattutto come bolle gonfiate diversamente possano sopravvivere alle sollecitazioni ed all’inserimento nell’EVA. L’Air Max2 ’94 è un capolavoro d’ ingegneria.

L’anno successivo sugli scaffali arriva la Air Max ’95 e le regole del gioco cambiano nuovamente.
Disegnata da Sergio Lozano (“padre” anche della Air Max ’03 e di molti modelli trail incredibili) ispirandosi a parti del corpo umano, la ’95 integra in un modello running elementi tipici dei modelli ACG contemporanei, come lo speed lacing a “loop” e, nella colorazione “Neon”, la midsole scura per far notare meno sporco ed usura.
L’elemento principale della scarpa è però ancora una volta la bolla, enorme e colorata a contrasto per farla notare ancora di più. Anche la ’95 usa il sistema di bolle a diverse pressioni lanciato con la AM2 ’94 ereditando la struttura dell’Air utilizzato per il tallone (25 + 5 psi) ed aggiungendo un’unità Air visibile gonfiata a 20 psi nell’avampiede. È la prima volta in cui Nike riesce ad utilizzare tre bolle con pressioni differenti, rendendo la scarpa più stabile e reattiva.

La sole unit della Air Max ’95 verrà ritenuta per molto tempo una delle migliori create durante lo sviluppo della linea Air Max tanto che, diversi anni più tardi, continuerà ad essere utilizzata per la versione GS della Air Max ’98. Questa soluzione serviva a contenere i già altissimi costi di sviluppo e produzione della suola della AM 97/98, evitando a Nike di dover produrre anche degli stampi per suole più piccole.

Ora un breve momento polemica: Nike, credo per questioni di marketing, attribuisce alla Air Max ’95 l’esordio della “visible forefoot Air Unit”, ovvero l’aria “visibile” anche nell’avampiede. Sbagliato. Come raccontato da Gary Warnett sul suo stupendo blog (RIP Gwarizm), un modello fitness da donna del 1988 (un solo anno dopo l’esordio di Air Max), la Nike Élite, presentava già una “finestra” nella parte anteriore della midsole per mostrare la bolla al suo interno. La scarpa in questione è anche ai piedi di Sharon Stone mentre veste i panni di Lori, la moglie di Doug Quaid/Arnold Schwarzenegger in “Atto Di Forza” (Total Recall, 1990). Nonostante io non creda che i calci facciano meno male se dati con scarpe belle , penso sia giusto ridare luce a questo modello, purtroppo, cancellato dalla “storia ufficiale” di Nike. Stop al revisionismo nel mondo delle Sneakers.

Ad originale della Nike Air Max2 ’94
Disegni orignali della Air Max '95, si intravede la mano santa di Sergio Lozano.
La Nike Élite e Sharon Stone che prende a calcioni in faccia il povero Shwarzy in "Atto di Forza".

Lo step successivo nell’evoluzione della tecnologia Air Max è la release dell’ Air Max ’97, il capolavoro di Christian Tresser tanto amato da noi italiani. La “Silver” (qui sopra due foto della versione del 1997, anche qui la pressione delle due bolle è riportata sulla suola come nella Air Max ’95) è la prima Air Max in cui la bolla è un elemento strutturale portante nella midsole, sostituendo quasi completamente la mescola che compone la suola. Tolti i sostegni presenti nel tallone la bolla è visibile per tutta la lunghezza della scarpa, una vera rivoluzione rispetto ai modelli presentati fino a pochi mesi prima. Questo tipo di bolla, utilizzata a partire dall’anno successivo anche in altri modelli come la Air Max Pillar e la Total Foamposite Max, prende il nome di Total Air (spesso segnalato come Tl) e rimarrà per anni il meglio che Nike possa proporre in fatto di Air Max, tanto da essere utilizzata come base sia per le Air Max ’98 e ’98 Tl sia, con qualche aggiornamento, per la Air Max Deuluxe.

Per avere una scarpa in cui la midsole sia costituita soltanto dalla bolla, bisogna attendere il 2005 con la release della Air Max 360. Nike presenta il progetto all’interno del programma “History of Air” come l’ultima tappa del percorso di crescita di Air Max. Finalmente l’aria non è soltanto “visibile” ma anche l’unico elemento su cui chi usa la scarpa si appoggia. Purtroppo l’aspetto non è all’altezza del concetto e la gabbia in plastica rigida che contiene la bolla (che prende il nome di “Engineered Air”) fa un po’ perdere la sensazione di leggerezza che una scarpa fatta d’aria dovrebbe dare.
La nuova bolla si rivelò fragile e rigida, risquotendo ben poco successo anche nella versione basketball della AM360.
Il risultato sperato venne però raggiunto con qualche anno di ritardo con la release della Air Max 2009. Nike trova il modo di sagomare la bolla così che possa sostenere il peso di chi la indossa senza supporti esterni e, finalmente, l’unico elemento presente tra tomaia e outsole è proprio la bolla.

L’ultimo capitolo del nostro viaggio vede la luce nel 2017, a trent’anni esatti dal lancio del primo modello Air Max. La Nike Air Vapormax è la degna chiusura del percorso iniziato da Nike con la Tailwind nel 1978, quando l’utilizzo dell’aria come cushioning per le scarpe da corsa sembrava un’utopia. Il modello è stato presentato nel marzo 2016 durante il Nike Innovation Event e rilasciato, come detto, l’anno successivo.

La maniera in cui la Air Vapormax è stata sviluppata è davvero incredibile ed integra molte delle tecnologie lanciate da Nike negli ultimi anni. Il particolare disegno delle bolle è stato studiato analizzando i punti di appoggio e scarico del peso del piede e le bolle separate possono “agire” autonomamente e piegarsi senza influire sul funzionamento di quelle vicine, in maniera simile a quanto accade con le suole Nike Free. A differenza delle unità Air Max dei modelli precedenti, quelle della Vapormax non necessitano di un layer esterno di sostegno, per questo motivo è stato possibile includere il disegno del battistrada già durante la stampa della bolla. In questa modo L’Air poggia direttamente sul terreno, raggiungendo l’obiettivo che Nike si è prefissata negli ultimi quarant’anni: utilizzare l’aria come unico elemento strutturale nella suola di una scarpa da corsa.

Mentirei se dicessi che, ad oggi, Vapormax è il meglio che Nike possa offrire in ambito performance. Nel corso degli anni i sistemi di cushioning ad aria sono diventati obsoleti e sono stati progressivamente sostituiti da tecnologie e materiali che garantiscono agli atleti prestazioni migliori, ciò che Nike ha sempre garantito ai suoi clienti.
Questo, però,  non ha impedito all’azienda di Beaverton di mantenere costante il suo impegno e di proseguire nel percorso di evoluzione ed innovazione che ci ha portato, oggi, a fare ciò che quarant’anni fa anche i migliori ingegneri potevano soltanto immaginare: camminare sull’Aria.